Parlare di Pizzoni e del suo passato è, come si diceva in premessa, impresa ardua perchè non esistono, a quanto ci risulta, documenti che in maniera organica e completa ne ricostruiscono la storia sin dalle sue origini.  L’unico tentativo fatto è dal Dr. Donato Nicola che nel citato libro “Pizzoni” descrive, in maniera meticolosa e con una serie di circostanze e dati precisi, delle vicende che hanno interessato il nostro paese fino al 1946. Sappiamo di certo che esso, nei secoli, ha subito il dominio e l’influenza dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Spagnoli e fece parte dei van feudi, ducati e contee del circondano, divenendo ed assumendo la struttura di comune nel 1811.
Relativamente al nome ed alle sue origini non vi sono notizie certe e probabilmente la tesi più attendibile è che esso sia stato fondato intorno all’anno 1000 da alcuni abitanti di Pizzo Calabro — da qui il nome Pizzoni — per sfuggire al pericolo rappresentato dai Saraceni provenienti dal mare. Non si può escludere, comunque, che in tempi molto più
antichi nella zona vi fossero degli insediamenti, dato il ritrovamento di alcuni reperti riferibili all’età Greca e dal momento che detta zona rappresentava la linea ideale di passaggio per chi dal Mar Ionio doveva raggiungere quello Tirreno. Nei tempi passati Pizzoni è stato individuato, anche come Pizzone, Pixuni e anche Cerasia e Charydis dai nomi dei rispettivi fiumi che attraversavano il suo territorio. I primi cenni storici risalgono al 1816, anno in cui in un registro d’epoca viene segnalata la presenza di una ferriera. Tale presenza viene confermata, anche se non più funzionante nel 144 a seguito di un inventario fatto redigere dal Res Spagnolo Alfonso I che a quei tempi dominava nel Regno di Napoli e quindi in Calabria.

 

 

 

 

Essa, probabilmente, andò distrutta dal terremoto del 1783, dal momento che successivamente non si ebbero più Nel 1601 lo scrittore Marafioti nel suo libro sulla descrizione della Calabria fa riferimento ad una cartiera, indicando Pizzoni “Luogo dove per la comodità dell’acqua si fa Secondo quanto scritto da Domenico Taccone-Gallucci nella sua “monografia” la stessa funzionò regolarmente fino al 1820 anche se, da una lettera datata “Monteleone 1/10/1807” indirizzata all’allora Ministro degli Esteri, risulta che il Commissario Reynier cercò invano di ripristinare ed attivare la cartiera di Pizzoni di proprietà del convento di San Domenico Evidentemente le notizie sulla sua durata non sono certe e può anche darsi che riprese a funzionare successivamente. Una cosa è comunque sicura: essa rappresentò un fattore importante e trainante per l’economia dell’intera zona. Entrambi gli stabilimenti furono costruiti dai duchi Caraffa, all’epoca feudatari di Pizzoni e ceduti, nel 1783 prima del terremoto, al convento di Soriano. A noi adesso non resta altro che l’indicazione di rispettivi luoghi di ubicazione, grazie alle vie ad essi dedicate (Via Ferriera e Via Cartiera).
Il periodo che stiamo considerando, cioè la seconda metà del ‘400 è quello feudale, quello dei cosiddetti “Baroni” in senso dispregiativo.
Pizzoni a quei tempi era un agglomerato di case (da qui l’indicazione “Motta di Pizzoni”); sorgeva sulla sponda destra del fiume Cerasia ed apparteneva alla Baronia di Vallelonga.
Sul lato sinistro dello stesso fiume sorgeva San Basilio che apparteneva, invece, a Soriano Calabro, Contea dei Caraffa. Questo casale fu fondato molto tempo prima dai monaci dell’ordine dei Basiliani che gli diedero anche il nome e vi costruirono un convento la cui abbazia fu dedicata a Santa Maria. Tali religiosi, originari dell’Oriente e della Grecia, pro­
venivano direttamente dalla Sicilia quando, a seguito dell’invasione Araba, furono costretti ad emigrare per sfuggire alle persecuzioni.
La Calabria fu per loro un rifugio ideale e, successivamente, sotto il dominio dei Normanni, non ostili alla loro presenza, si organizzarono stabilmente costruendo molteplici conventi che, oltre ad essere luoghi di preghiera e di lavoro, servivano per la sepoltura dei morti. I monaci Basiliani appartenevano al rito cattolico-bizantino e furono portatori di civiltà e cultura greca che diffusero rapidamente tra i contadini e la gente del luogo. Con il passare dei secoli tale ordine subì una decadenza morale, anche per la presenza di altri ordini religiosi, tanto che intorno al 1500 il Re di Napoli Ferdinando II ne ordinò l’estinzione. Finita anche a San Basilio l’era dei Basiliani, sui ruderi del loro convento i frati domenicani Francesco, Filippo ed Agostino da Pizzoni nel 1547 ne ricostruirono un secondo per il loro ordine, detto Santa Maria del Soccorso e la cui chiesa fu dedicata alla Madonna del Rosario. Quando il 28 aprile 1648 moriva l’ultimo erede della famiglia Caraffa, Francesco Maria Domenico, tutte le sue terre tornarono automaticamente al vero padrone che era il Re di Spagna Filippo IV.
Questi pensò bene di metterli in vendita per impugnare le “povere” casse reali dissipate dai vari conflitti e dagli sprechi di corte.
A tale proposito ordinò una stima all’esperto fiscale Antonio Tango il quale dettagliatamente e con molto mestiere, nel 1650, quantificò il valore dei vari Casali, redigendo “1’apprezzo”.
Fu cosi che la Baronia di Vallelonga venne venduta alla famiglia Castiglioni Morelli di Cosenza, ad eccezione dei casali di Pizzoni e di Vazzano che andarono a far parte della contea di Soriano mentre la Baronia di Filogaso fu ceduta alla famiglia Ruffo di Scilla.
A quei tempi il convento di Soriano era uno dei più importanti e potenti della zona ed i frati Domenicani, interessati ad aumentare la loro influenza, contattarono direttamente d re di Spagna tramite due emissari Sorianesi, per l’acquisto di parte dei beni messi in vendita. La trattativa andò a buon fine e, pertanto, nel 1652, l’intera contea di Soriano passò in proprietà ai frati Domenicani per il prezzo di 70000 ducati, aumentati poi a 86000 per effetto della vendita aggiuntiva delle case e dei molini ubicati nei rispettivi casali e che spettavano di diritto, invece, alla casa Reale.
Copia del manoscritto dell’ “Apprezzo dello Stato di Soriano Calabro in Calabria ultra 1650” di Antonio Tango si trova presso la biblioteca di San Domenico ed è stato trascritto da Padre Antonio Barilaro. Esso è mancante di alcuni fogli e fra questi, purtroppo, quelli relativi alla parte finale della stima su Pizzoni che, pertanto, risulta incompleta.

Il XVII secolo, rappresenta per il Regno di Napoli e, quindi per il meridione, un periodo di decadenza sia dal punto di vista culturale che da quello economico e sociale. Il malcontento della popolazione era diffuso e si concretizzò con varie insurrezioni contro gli Spagnoli, raggiungendo il culmine con la rivolta di Masaniello nel 1647. La pace di Utrechet del 1713 che sancì la fine della guerra di successione Spagnola diede un nuovo assetto a tutta l’Europa, con le grandi potenze che si spartirono i vari stati e statarelli, e determinò nuovi rapporti di forze il cui equilibrio fu interrotto con l’evento della rivoluzione Francese. Il Regno di Napoli fu ceduto dagli Spagnoli agli Austriaci e lo ripresero nel 1784 con Carlo VII di Borbone. Nel 1759 il nuovo Re di Napoli dovette lasciare il Regno per essere incoronato Sovrano di Spagna e, pertanto, il Trono meridionale passò al figlio Ferdinando IV che regnò con qualche interruzione, fino al 1825. Durante il periodo della minore età (era nato nel 1751) il potere fu esercitato da un Consiglio di Reggenza.
La rivoluzione Francese nel 1789 produsse i suoi effetti anche nel Regno di Napoli.
Infatti, gli intellettuali Napoletani, sulla scia dei grandi cambiamenti che stava producendo quell’evento, si ribellarono alla monarchia costringendo il Re a rifugiarsi in Sicilia e favorendo cosi l’ingresso delle truppe Francesi, al comando del Generale Championnet, il quale, nel gennaio del 1799, proclamò, assieme agli insorti, la Repubblica Partenopea che durò fino a giugno dello stesso anno. Durante questo breve periodo, a seguito del nuovo or­dinamento amministrativo, voluto proprio da Championnet, Pizzoni divenne comune autonomo ed incluso nel cantone di Tropea.
Intanto, dall’esilio, Re Ferdinando si organizzava per ri­prenderai il Regno, favorito anche dall’improvvisa partenza delle truppe Francesi per altri fronti di guerra. Anche il clero, oltre che la monarchia, si mobilitò in favore del suo ritorno ed il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo capeggiò vittoriosamente una rivolta contro i Francesi ed i sostenitori della Repubblica Partenopea e riconquistò il Regno consegnandolo al Re.
Nel 1804 Napoleone Bonaparte divenne Imperatore dei Francesi e due anni dopo conquistò il Regno di Napoli affidandolo al fratello Giuseppe ed il Re fu costretto di nuovo a rifugiarsi in Sicilia.

 

 

 

 

Quello stesso anno Giuseppe Bonaparte abolì la feudalità e con la legge del 19/1/1807 Pizzoni diventò ‘luogo autonomo” cioè università, e venne accomunato al “Governo di Soriano”. Nel 1808 Napoleone occupò il Portogallo e la Spagna e proclamò Re di quest’ultima il fratello Giuseppe e affidò il Regno di Napoli al cognato Gioacchino Murat. Durante questo periodo di dominio Francese si espanse a macchia di olio d fenomeno del banditismo. Già prima, nel 1799, i Borboni inquadrarono nelle loro file diverse bande di briganti per combattere, specialmente nelle campagne, essendo tale fenomeno tipicamente rurale e contadino, i patrioti della Repubblica Partenopea. Tale fenomeno continuò, quindi, anche se con motivazioni diverse durante il secondo periodo Francese di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Infatti, sfruttando la storica fedeltà che la maggior parte della popolazione del Sud ha sempre avuto nei confronti dei Borboni, feroci quanto sanguinosi capibanda si organizzarono in gruppi di 20, 30 ed anche 50 briganti, dandosi alla macchia nelle campagne e nei boschi. Da li partivano le incursioni verso la città, i paesi ed i villaggi più vicini per saccheggiare ed uccidere, dando a questeazioni motivazioni politiche.
Le loro gesta godevano di una certa fama e le loro imprese erano circondate da un alone di leggenda e di Nella nostra zona “operava” il capobanda Francesco Moscato, detto il “Vizzarro”, originario di Filogaso. La sua prima incursione a Pizzoni è del 17/11/1806 e provocò ben 4 morti.
Complessivamente tra il 1806 e 1810 i morti nel nostro paese per mano di briganti furono 21 e tra questi 4 donne, 2 frati e molti giovani.
Nel 1811, già abolita la feudalità, a seguito di un ulteriore ordinamento amministrativo, Pizzoni venne dichiarato definitivamente Comune e tale confermato anche nel 1816 dai Borboni, con annesse le frazioni di San Basilio e di Santa Barbara, ormai disabitata.
Gioacchino Murat, travolto dagli eventi conseguenti alla disfatta del cognato Napoleone (Waterloo, 1815), si rifugiò in Corsica e da ll tentò una disperata riconquista del Regno. Sbarcò a Pizzo Calabro ma fu sorpreso dai Borboni, ritornati in auge, quindi fucilato nel castello della città il 13/10/1815.
Il Regno di Napoli fu cosi riconquistato da Ferdinando IV che lo mantenne, come si è detto, fino al 1825. Gli succedette, quindi, Francesco I dal 1825 al 1830, poi Ferdinando II dal 1830 al 1859 ed infine, Francesco II dal 1859 al 1860. Nel 1860, a seguito della famosa spedizione dei Mille capeggiata da Garibaldi, Napoli venne unita al resto d’Italia ed ebbe cosi termine il dominio Borbonico. Poi vennero i Savoia, quindi il fascismo ed infine nel 1946, con la Resistenza, la repubblica che è storia dei nostri giorni.
Quest’ultimo periodo di dominio Borbonico coincide con il Risorgimento Italiano cioè quel processo storico, politico e culturale che contribuì alla formazione dello Stato unitario. Fecero da traino alle idee liberali di allora famose, società segrete come la Carboneria e la Giovine Italia, che con loro moti interessarono ed influenzarono anche le regioni meridionali. Pizzoni come del resto altri paesi dell’entroterra, non fu particolarmente interessato da questi movimenti, salvo che per l’arresto di alcuni possidenti del luogo sospettati dalla polizia di fame parte.
L’unico episodio di rilievo fu, nel 1860, il danneggiamento di una lapide con su scritto il nome del Re Ferdinando II, lapide ancora ben visibile su un lato della fontana “della Sirena”, scolpita da Giuseppe Drago nel 1840 e che originariamente si trovava in Piazza delle Pietre (ora Piazza Plebiscito) e, successivamente, trasferita in Piazza Capitano Arena.