Erano le ore 22 di Sabato delle Palme deI 1638 (27 di marzo) quando tutta la Calabria venne scossa violentemente dal terremoto. Altre volte il terrificante fenomeno aveva colpita l’afflitta regione in quel primo scorcio di secolo talvolta senza provocare vittime e danni, talaltro aprendo ferite seppure di non rilevante importanza. Era avvenuta il 10 agosto 1602, neI 1604, neI 1609, il 24 novembre 1614. il 2 gennaio 1616, nel dicembre 1617, il 5 gennaio 1619, neI 1620, il 21 novembre 1621 (di una gravità di gran lunga superiore alle volte precedenti), il 3 febbraio 1624, neI 1626 (durante la settimana santa la terra tremò ben 25 volte danneggiando Catanzaro e Cosenza). Una sosta di 12 anni e poi l’immane tragedia senza precedenti, che letteralmente sconvolse la provincia di Cosenza, quella di Catanzaro e parte di quella reggina.
«Credesi da più intendenti deII’historie, e Sacre, e profane, che questo sia stato il maggior terremoto, che fusse già mai successo nell’universo, non perché i mali presenti paiono sempre maggiori. ma per havere apportato quel danno, che non si è veduta altrove, can la strage di tanti infelici, con la desolazione, e ruina di 180 tra Terre, Città, Castelli, e Ville (…) S’aggiunge, che per tanto di miglia si è dilatata, quanto non si è veduta mai». Così avvia il racconto della tremenda esperienza un testimone di Belcastro, Lucio Dorsi. E già la cifra da lui segnata delle “Terre” rimaste gravemente danneggiate, dà la dimensione della tragedia, che letteralmente sconvolse Cosenza (25 morti, 587 case danneggiate seriamente e 13 monasteri “dannificati”), Rogliano (437 morti), Rogliano Rataspano (247 morti). Scigliano (104 morti) …
Nella valle del Mesima Panaia ebbe 84 mani (16 uomini, 62 donne e 6 ragazzi) e le case tutte rovinate; Filogaso 100 morti (62 uomini, 37 donne e 1 monaco) e 118 case crollate (nella «Breve relazione fatta dal Consigliere Hettore Capece Latro», inserita in appendice al citato libro di Lucio Darsi è fatta questa annotazione: «Panaia e Filogaso ancorché sino due Terre, stanno congiunte insieme di modo, che pare una Terra, e hanno l’uno, e l’altra patito danno notabilmente, essendo quasi tutte disfatte le case, e particolarmente in Filogasi, la casa Baronale, che è del Duca di Nocera, che era un palazzo capacissimo. sta tutto disfatto»); Belforte ebbe 13 morti (9 uomini e 4 donne) e 25 case crollate (la “Breve relazione” succitata, a questo punto annota:
«Queste case erano del Barone, che l’havea dato ad habitare a’ vassalli, come depone il Sindaco – Non vi è molto danno»).
Il numero complessivo delle vittime nella Regione fu, secondo la relazione del Capecelatro di 6,821, in Calabria Citra e 2,760 in Calabria Ultra.
Vazzano non entrò nell’elenco dei paesi sinistrati, evidentemente perché non ebbe morti da seppellire e danni gravi agli edifici.

IL TERREMOTO DEL 1783

«In questo anno nel giorno sette di febbraio a Vazzano. Un terribile e spaventoso terremoto, difficile a descriversi, colpi tutta questa provincia e tutte le chiese parrocchiali e le filiali e le seguenti persone senza alcun Sacramento furono colti da morte e sotterrati dalle macerie delle case; Rosa Caloiero di anni 65, vedova di Domenico Paoli, dopo diversi giorni fu trovata sotto le macerie, il suo cadavere, per ordine regio, fu bruciato col fuoco dopo essere stato benedetto; inoltre il cadavere di Felicia Francalampa rimase introvabile sotto le macerie, era vedova di Antonino Barba. I cadaveri delle seguenti persone per il momento non sono stati trovati: Rosa Monardo di anni 40, vedova di Antonio Caloiero; Elisabetta Moscato, vedova di Emmanuele Murdà, di anni 48; Gregorio Valia, di anni 9, figlio di Domenico; Bruno Mirenzi, di anni 10, figlio di Vincenzo e di Elisabetta Muscato; Rosa Bertuccio, di anni 15, figlia di Domenico e di Eleonora Tosi; Anna Lazzaro, di anni 7, figlia di Nicola e di Eleonora Tosi.
Gli altri morti, sepolti nella Chiesa sono: Vincenzo De Santis, di anni 18, figlio del Barone Francesco Paolo e di donna Teresa Bardari. Giuseppe Satriano, di anni 63, ved. di Rosa lorfida. Domenico Caloicro, di anni 71, ved. Vittoria Durante. Antonio Scidà. di anni 48, marito di Maddalena Monardo. Paolo Caloiero, di anni 30 circa, marito di Caterina Lazzaro. Francesco Caloiero, di anni 60, marito di Anna De Caria. Tommaso Jorfida, figlia maggiore di Antonio ed Elisabetta Rizzello. Serafina Scidà, figlia maggiore di Giosafatta e di Concetta Galiano. Serafina Lo Duca, di anni 40, moglie di Francesco Rizzello. Rosa Lo Duca, di anni 43, moglie di Francesco Gambino. Elisabetta Lo Duca, di anni 34, figlia di Domenico e di Maria Monardo. Felicia Jorfida, di anni 62, ved. di Giuseppe Francalampa. Caterina Scidà, di anni 19, moglie di Domenico Francalampa. Felicia Francalampa, figlia maggiore di Domenico. Maria Arena, figlia maggiore di Rosa Filia. Rosa Tigani, figlia maggiore di Vincenzo e di Maria Galello. Caterina Mandarano, di anni 55, non sposata. Caterina Urzetta. di anni 15, figlia di Francesco e di Giovanna Lazzaro».
Questa, nella sua fredda aridità di nomi e indicazioni anagrafiche, l’agghiacciante testimonianza offerta da un atto burocratico in latino curiale. E’ il foglio n. 73 del “liber 1783” dell’archivio parrocchiale di Vazzano e si riferisce alle vittime di uno dei più disastrosi movimenti tellurici che nel corso dei secoli abbia flagellato la martoriata terra calabrese.
Erano le 20,20 e l’epicentro di quella scossa era stato nella regione compresa tra Monte Crocco e Monterosso. e a patire il maggiore danno era stato Soriano e il suo storico convento di Domenicani, che crollò al suolo quasi per intero dopo un secolo dalla sua riedificazione. Si trattava, però, della seconda scossa, ché la catastrofe era cominciata alle 12,45 del 5, due giorni prima, radendo al suolo molti comuni della zona, compresa fra il Monte Crocco e l’Aspromonte, distruggendo Reggio e Messina e danneggiando gravemente la splendida fabbrica certosina di Serra S. Bruno. Altre scosse si sarebbero succedute nei giorni seguenti e per tutto il corso di quell’anno, provocando circa trentamila morti, 29.451, secondo le cifre fornite dal Vivenzio.
Informa, il suddetto documento vazzanese, che i cadaveri delle prime diciotto persone dell’elenco furono recuperati il giorno stesso del cataclisma e seppelliti «sul lato orientale della chiesa diroccata, presso l’altare di S. Pancrazio». Gli ultimi sette risultavano ancora dispersi sotto le macerie, quando il documento fu stilato. Rosa Caloiero non venne seppellita con gli altri. Il suo cadavere, evidentemente per l’avanzato stato di putrefazione in cui venne trovato, e per evitare pericolo di infezioni, fu bruciato per ordine regio.
Tra gli edifici e le fabbriche distrutte figurano il palazzo dei baroni De Santis «un grande rettangolo tra due strade e una grande piazza, atrio interno e una balconata coperta che univa i vari appartamenti», secondo la descrizione fatta da F. Fazzalani senza indicazioni sulla provenienza della notizia; il convento degli agostiniani, la chiesa parrocchiale, un palazzo di proprietà del convento di Soriano, il palazzo e il mulino dei Gentile, il palazzo dei Cutullè con annesso trappeto.
Giovanni Vivenzio dice che Vazzano fu interamente distrutto e lo pone tra i paesi da ricostruire totalmente «ne’ siti, ne’ quali prima erano». E poco dopo aggiunge: «Nel tenimento di Pizzoni, S. Basilio, e Vazzano si dilamarono molte colline, cola perdita di Querce, Olive, ed altri alberi fruttiferi; qual danno viene stimato circa ducati seimila».
Il totale dei danni provocati dal sisma in Vazzano, secondo la valutazione fattene da Achille Grimaldi, fu di 80.000 ducati.
Prima del disastro, Vazzano contava 774 abitanti

IL TERREMOTO DEL 1659

D’amari lutti fu prodigo anche l’anno 1659 per la Calabria ancora una volta messa a soqquadro da un violentissimo sisma.
Scriveva Vincenzo D’Amato, annotatore solerte d’ogni evento del suo tempo: «Toccava l’hora quinta d’una torbida notte, il di quinto di Novembre, quando il suolo tutto della Provincia, di nuovo, doppo il corso d’anni 21, si scosse con tanto impeto per buono spatio di tempo, che bastò a lasciar infranta quella parte degli edifici alla total rovina sopravanzata. Tanto delle genti riuscì maggiore l’eccidio, quanto nel più alto della notte assalendole con le sue insidie la Terra, non ammesse luogo allo scampo».
Lo stesso storico Catanzarese riferisce che fu Soriano a subire il maggior danno, «La Chiesa, e il Convento di S. Domenico n’andaro in terra in un fascio, restando tra infranti mucchi le loro magnificenze miserabilmente sepolte». E aggiunge: «S. Angelo, S. Barbara, Pizzoni, S. Basilio. Vazzano, Belloforte, la Matta di S. Dimitri, e di Stafanacoli, e S. Onofrio non votarono l’uno dell’altro miglior fortuna».
Una particolare attenzione dà a Vazzano, il De Marinis, il quale scrisse che il casale «è quasi tutto distrutto, e a tal segno, che havendo io voluto riconoscere le case cascate, non ritrovai strada libera, perché stavano occupate dalle ruine, e così fui necessitato caminare per sopra le case dirute».
In quella circostanza, Vazzano perdette 63 persone, di cui 40 uomini, 16 donne e 7 minori. 70 furono le case rovinate e 4 le chiese.
Belforte ebbe 6 morti (3 uomini, 1 donna e 2 minori) e 16 case rovinate.

IL TERREMOTO DEL 1905

Nella notte tra il 7 e l’8 settembre 1905, la terra tremò ancora disastrando l’intera Calabria, che ebbe distrutti o seriamente danneggiati 326 comuni, 753 centri abitati, di cui 135 in provincia di Catanzaro, 107 in provincia di Cosenza, 84 in provincia di Reggio Calabria. La zona particolarmente colpita fu quella del monteleonese, entra la quale ricadono i centri che risultarono maggiormente colpiti, Parghelia, Piscopio, Zammarò, San Leo di Briatico, Stefanaconi, AielIo, il rione Forgiari di Monteleone.
«Monteleone – scrisse in quella circostanza Olindo Malagodi – è ora come la capitale di un paese di desolazione».
Vazzano non lamentò mani in quella tragica occasione, ma ebbe più o meno gravemente danneggiate tutte le case. Particolarmente risultarono colpite le due chiese: quella del Rosario, da poco restaurata ed abbellita con decorazioni; e quella di S. Nicola, che vide crollato il campanile, l’orologio, gli archi interni e la cappella.
Il terreno circostante l’abitato si spaccò qua e là e, scrisse, da testimone oculare, nel già citato saggio, il dr. Francesco Luciano Fuscà, «nell’alveo ormai asciutta dei fiumi Lanzo e Mesima ed in altri luoghi paludosi si aprirono ancora, in quell’istante fatale, un gran numero di buche da formare una improvvisa piena. Le impronte di queste buche, simili a piccoli crateri vulcanici dall’ampiezza di sessanta e più centimetri di diametro ed alcune di una profondità inarrivabile, disseccate le acque, restarono per lungo tempo visibili ricolmate d’arena e di molle limaccio».